Loricati in abito bianco

Loricati in abito bianco
Loricati su Serra Crispo

lunedì 16 luglio 2012

Al Ferrè per la val Schisarolo

Guardando verso la val Curciusa

Diverse volte siamo saliti al bivacco Cecchini con gli sci. L'escursione si completava regolarmente al bivacco. Si finiva infatti sempre per fare questo percorso quando le condizioni non erano ottimali per andare più in alto per la meteo o per lo stato della neve.  Ci si fermava quindi al bivacco a rimirare il Ferrè che ci mostrava il suo ghiacciaio nel pieno del suo splendore, vicino ma irraggiungibile per le nostre forze (Si dovrebbe salire una cinquantina di metri poi traversare e scendere per 200, infine risalire tutta la vedretta). Il ritorno a valle si può fare anche per la val Schisarolo e la val d'Oo arrivando a Rasdeglia ma solo in condizioni particolari (e poi bisogna risalire a Montespluga).

A circa metà del ghiacciaio

Visto che siamo stati al Ferrè solo una volta e per giunta 10 anni fa abbiamo deciso di ritornarci.
La traversata iniziale è lunga ma tra capre e marmotte non ci si annoia. Arrivati alla neve decidiamo di salire diretti per il fronte del ghiacciaio (stando un pò più sulla destra) e confidando nel fatto che l'innevamento è abbondante ed i crepacci sono ben pieni. Comunque ci leghiamo in cordata e procediamo con circospezione.

Sfruttando la traccia di una slavina
Il fondo è discreto, ma man mano che si sale la progressione è sempre più faticosa.
In settimana è passata una perturbazione che ha scaricato un bel pò di neve fresca.
Giunti sulla parte alta c'è una delusione  :-) . Non c'è la minima traccia di passaggi, quindi mi tocca continuare a battere la traccia.

La neve si fa sempre più alta, si affonda fino a metà coscia, ma come diavolo fanno in himalaya? Comincio a fermarmi ogni 100 passi. Poi ogni 50, sotto la sella del Ferrè devo fermarmi ogni 10 passi.
Alla sella togliamo i ramponi perchè tanto non servono con questa neve e la cresta è quasi del tutto sgombra di neve. Ci rifocilliamo e ci avviamo verso la cima.

Sulla cresta finale
Dopo i primi torrioni vediamo che la situazione è delicata.
Ci sono dei tratti con neve non assestata sotto la quale non si sa se c'è solo roccia o ghiaccio vecchio.
Cerchiamo di evitarli stando, per quanto possibile, sempre sulla roccia.
Facciamo sicura con corda e cordini sui tanti spuntoni presenti in cresta e procediamo con la massima cautela. Tra l'altro sembra che le uniche nuvole del circordario si siano date appuntamento tutte qui e la visibilità va e viene.



L'ultimo salto prima della vetta
Mi torna in mente Adalberto, con cui sono stato qui l'altra volta, e le sue parole "Guarda che non è necessario arrivare in cima, ho una famiglia che mi aspetta". Arrivammo in cima ed era molto contento.
Se ne andò un anno dopo in un incidente stradale, vai a sapere cosa ti riserva il destino!
Dopo l'ultimo spuntone che salgo arrampicando per evitare il poco invitante scivolo di neve a sinistra (e dopo aver detto per l'ennesima volta  a Caterina :"Dai, giriamo quest'ultimo angolo e vediamo come è, magari è finita" vedo finalmente la croce di vetta risplendere al sole.
E' fatta, l'ultima crestina e siamo in cima. Facciamo la discesa con particolare cautela, ci rifocilliamo alla sella ed affrontiamo la discesa di ritrno rinunciando all'idea di passare per il Cecchini. (non se ne parla di risalire).




L'ultima parte del percorso pare non finire più, arriviamo alla diga alle 8 di sera, dopo oltre 12 ore che siamo in giro, è stata una gran fatica ma ne è valsa la pena.
In vetta

martedì 22 maggio 2012

Marmotta placcata!

Alla fine del secondo tiro

Non ho grandi esperienze su vie lunghe e questa l'avevo adocchiata da un po' per vari motivi.
Innanzi tutto dichiarava difficoltà abbastanza contenute (almeno rispetto ai miei trascorsi su placca).
Il fatto che il massimo dichiarato era un 5c mi tranquillizzava.
Il posto poi era abbastanza vicino da raggiungere e prometteva panorami molto belli.
Quando quindi l'ho sentita nominare come possibile destinazione mi sono subito proposto per unirmi alla banda. Ci siamo così aggregati ad altre tre persone, tra cui ben due hanno già fatto la via in passato.
Con queste premesse si poteva andare tranquilli.
Pensavo che avrebbero proposto di fare due cordate con i più esperti del gruppo alla guida. Dopo un percorso tortuoso fino ad Albonico e poi scassatissimo (consigliata 4x4 o macchina alta e corta) siamo arrivati al parcheggio.
Il passo chiave dell'ultimo tiro


In una atmosfera calda ed umida abbiamo inseguito i pallini rossi e le M segnalanti la via fino a raggiungere, dopo un'oretta, l'attacco della via ben intrisi di sudore.
Facciamo due cordate, una da tre con i pesi massimi, ed io e Cate a seguire.
Mi toccherà quindi andare da primo senza possibilità di chiedere cambi. Il primo tiro va via liscio. Ci si ritrova tutti alla prima sosta. Mentre recupero riparte il primo e sento un '<>' ...Ummmh ! Interessante!!!
Parte il secondo e sento un , ".. placcadimmerda! La odio, e dire che l'avevo fatta da primo, ora non mi viene da secondo!.."
...Azz!!!
Recito i mantra della placca e mi accingo a ripartire mentre l'altra cordata è uscita dai radar.
Effettivamente qui la placca impenna, in superficie è un po polverosa e, soprattutto, gli spit sono lunghetti.
Superato il primo ed abbrancato il secondo mi tranquillizzo e procedo sciolto, salto finanche uno spit e raggiungo la seconda sosta.
L'ultimo tiro

Da qui in avanti è solo una gran sudata, le difficoltà si abbattono ma trovo da cacciare dentro anche un friend che non avevo mai usato (un lussuoso BD #3) in una fessura fatta apposta per lui.
Ci sono diversi spit inutili che potevano essere usati più profiquamente altrove. Il panorama è magnifico ed il sole si vela lasciandoci respirare.
L'ultimo tiro è magnifico, una placcona compatta che si impenna verso l'alto con un altro passettino maligno, ma ormai il piede si è abituato alla placca e l'aderenza è ottima. Anchq qui uno spit in più non guasterebbe, quello presente,poi, si mimetizza alla grande!
La sosta tra il primo ed il secondo tiro
La discesa ci rivela altre sorprese, dopo una prima doppia ravaniamo su pratoni e canali ripidi e sdrucciolevoli, fino ad incrociare una sosta della via da cui ci ricaliamo per un'altra trentina di metri.
Da qui ancora su terreno ripido fino alla doppia finale da 60 metri giusti giusti che ci riporta all'attacco.
Riattraversiamo la giungla semi paludosa al trotto, inseguiti da nugoli di feroci insetti. Ci facciamo  una doccia rinfrescante alla fontana posta presso la cappella degli alpini e raggiungiamo infine l'auto soddisfatti e rinfrancati.

Considerazioni sulla via?
E' certo discontinua e complessivamente faticosa; il panorama è magnifico e vale da solo la sudata.
Assolutamente da evitare in estate. Sconsigliato a chi ama la vita comoda e/o predilige le chiodature ascellari. Sconsigliato ai big che puntano alle difficoltà e se ne impippano dell'ambiente a contorno.
I passi di 5c sono comunque non azzarabili e richiedono passo sicuro.
Il tiro di 5b a metà via

sabato 5 maggio 2012

Il quasi raduno del Lagrev.

Quando le condizioni nivometeo non sono delle migliori, o perchè è nevicato recentemente ed il manto non è assestato oppure fa molto caldo e non ci si vuole impantanare più del dovuto, dove si va? Si va al Lagrev ! La strada è ottimamente tenuta, non ci sono problemi di parcheggio, si parte ed arriva sci ai piedi dalla macchina.
Infine il percorso nella parte bassa è abbastanza ombreggiata ed in alto passa per un ghiacciaietto. La pendenza è costante e ben sostenuta, non bisogna fare risalite e/o tratti in piano, insomma è il percorso quasi ideale. Quando il Grevasalvas (altro itinerario gettonatissimo e con caratteristiche simili) con la sua esposizione sud non è più percorribile molti scialpinisti si ritrovano qui, in una sorta di raduno autoorganizzato.
Sul ghiacciaio
La maggior parte dei partecipanti sale dal milanese, dal lecchese, da valchiavenna e bassa valtellina. C'è poi una spolverata di grigionesi e qualche tedesco. In genere i lombardi tendono a partire presto e ritornare tra i primi, per evitare le code del ritorno o per sedersi a tavola per pranzo. Quelli di lingua tedesca se la prendono con più comodità. Noi in genere partiamo con i primi e torniamo con i secondi. Non vediamo il senso di questo mordi e fuggi. Godere dell'ambiente con frequenti soste (ed in cima godere di un morso di salsiccia che a quota 3000 diventa anche più buona) mi pare il minimo, e poi anche scendendo dopo qualche bella linea da tracciare si trova sempre. L'anno scorso, con situazioni meteo simili, ebbi la trovata di venire qui e contai, sulla rampa che dal ghiacciaio porta al colletto che adduce all'anticima sud, circa 80 persone.
Sulla cima sud
Quest'anno, probabilmente a causa del lungo inverno secco e del caldo esagerato tra metà marzo e metà aprile, molti hanno deciso di mettere via i ferri da neve con anticipo. Non hanno ritenuto quindi di approfittare dell'inattesa nevicata post-pasquale per tracciare le ultime curve della stagione (parlo ovviamente di quelli che non concludono la stagione a quota 4000).
Sulla consueta rampa quindi sono arrivato a contare neanche 40 persone, il raduno è stato quindi tra 'pochi' intimi. Se continua così tra un pò si metteranno a staccare i biglietti alla partenza degli itinerari più frequentati!

lunedì 23 aprile 2012

Pasqua 2012, tra neve, roccia e scirocco.

Questo inverno eccezionalmente arido e caldo al Nord mi ha fatto temere di non riuscire a fare le usuali sciate sul Pollino.
Daltronde il panorama che dava di se l'alta Lombardia non era incoraggiante, sulle prealpi praticamente la neve era già sparita quasi ovunque sin da Marzo e gli scialpinisti e/o aspiranti tali si concentravano su pochi itinerari. All'ultima uscita fatta in marzo sono andato allo Julierpass. Alla partenza del Lagrev c'erano solo posti in piedi, mai viste tante macchine, oltre a riempire il parcheggio erano messe lungo la strada per un lungo tratto sia prima che dopo. Idem al valico, mentre alle 8.30 del mattino ho trovato l'unico posto libero per andare verso la forcella del piz Agnel.
Grazie alla webcam del Sirino mi rendo conto che nel sud della Basilicata la situazione è molto migliore e da quota 1400 c'è già un innevamento buono, per cui mi porto gli sci con buona fiducia (anche se giro per Milano in t-shirt e ci sono 25 gradi). Man mano che scendo per lo stivale cala anche la temperatura e trovo una situazione buona (anche se qualche grado in meno non avrebbe guastato). Come prima escursione facciamo Colle Impiso,Gaudolino,il canalone ovest del Pollino. Nel canalone la neve è ben compatta e senza rampanti non saremmo saliti. Ci teniamo a sx della valanga nella parte bassa, spostandoci poi al centro dove la vegetazione si dirada fino a scomparire e sbuchiamo quindi sulla spalla ovest sotto una bella corniciona. Da li in vetta e dalla vetta si scende per la parete nord che presenta una bellissima discesa iniziale ripida (45°) ma ampia. Un pezzetto di bosto, poi qualche altra curva su pendii dolci e si è al piano di toscano. Da li decidiamo di risalire verso la grande porta per far visita al totem del parco, che semisepolto dalla neve pare un polipo a riposo nella neve.
Dopo una sosta di riflessione ce ne scendiamo. Due giorni dopo tocca al Dolcedorme. Visto che nel frattempo ha preso ad alzarsi lo scirocco e le temperature stanno andando decisamente su ci avviamo di buon mattino ed alle 9 abbiamo già traversato i piani di Toscano. Nel bosco la neve ha già mollato, ma nei piani grazie al raffreddamento notturno, è bella dura e la traversata dei piani diventa una piacevolissima pattinata in un mondo assolutamente silenzioso e sospeso. Mettiamo le pelli solo per avviarci al passo delle Ciavole. Da li per cresta in bosco ben attraversabile usciamo in campo aperto ed attacchiamo l'ampio e molto ripido pendio nord-est del Dolcedorme. Qui di solito non si sale senza ramponi, ma in questa occasione con le temperature così alte la neve ha già mollato in superficie e si sale con gli sci. Dopo un bel pò di zig-zag ed in ambiente assolutamente favoloso (ci si sente assolutamente fuori dal mondo) arriviamo in cresta e quindi in vetta dove aggiungiamo le nostre firme sul libro di vetta. Nonostante il caldo la discesa è molto bella. Probabilmente si arriva ai 50°, il fondo ancora tiene anche se lo strato superficiale tende a slittare via. Nell'imbuto finale ci teniamo distanti visto che bisogna fare una diagonale a tagliare il pendio per riprendere la spalla. Qui parte una slavina di superficie per una larghezza di un centinaio di metri che pigramente scende giù come un fiume, lento ma inarrestabile, fino a scaricarsi sul bosco. Tanto per ricordarci che in montagna non bisogna mai abbassare la guardia.
Dalla spalla ridiscendiamo ai piani e risaliamo lungo il pendio sud-ovest di Serra della Ciavole nella speranza di trovare la sorgente attiva, ma al posto della sorgente non c'è ancora traccia di acqua, provo a scavare ma dono un metro mi arrendo e mi accontenterò dell'acuqa di fusione che sbuca nella discesa successiva verso i piani ed il sentiero nel bosco. Che dire? La soddisfazione è piena, nonostante il caldo sono saltate fuori due bellissime escursioni di tutto rispetto.
Due giornata piene in cui non abbiamo incontrato nessuno. Completiamo la settimana pasquale con il lato B del Pollino, dopo la neve la roccia nello scenario di Frascineto-Ejanina. Sono stato a Kalimnos e posso asserire che come possibilità siamo allo stesso livello (non come numero di vie, ma comunque sono stati attrezzati 6 diversi settori a non più di 15 minuti l'uno dall'altro).
Ce n'è per tutti i gusti e su un calcare rosso assolutamente fantastico. Non c'è certo il problema di annoiarsi ne quello dei passi unti, la roccia è ruvidissima con delle concrezioni e delle lamette da prendere e stringere con cautela per non affettarsi le dita. Anche qui il posto è tutto a nostra disposizione, arrampichiamo, mangiamo e raccogliamo qualche asparago selvatico per la tradizionale frittata pasquale. Ritorniamo alla macchina accompagnati dal sole che tramonta e dalla nostalgia per dover ripartire da questi posti così belli e così poco conosciuti.

venerdì 16 marzo 2012

Sul gelo, le papere e la fiducia nel futuro.
Durante il periodo del "grande gelo" (così lo definivano i media in mancanza di altre notizie presentabili da passare) sembrava che l'ambiente naturale stesse congelando.
Anche cascate con flussi di acqua consistenti con l'insistere del gelo sembravano li per bloccarsi del tutto. Queste immagini prese negli ultimi salti del Boggia, paradiso dei torrentisti, sono piuttosto eloquenti. Cascate di acqua diventate cascate di ghiaccio verticale.
Quando quindi, passando da un parco cittadino, ho visto questi piccoli germani non ho resistito alll'istinto di fotografarli.
Loro per un lungo periodo (almeno tre settimane) non si sono arresi ed hanno continuato a presidiare la loro pozza per non farla gelare del tutto. Avranno fatto i turni per alternarsi giorno e notte? Sono stati semplicemente caparbi o, banalmente, sapevano che tanto non sarebbe durata? Era scolpito nei loro geni, oppure hanno deciso di non arrendersi e continuare a lottare?

venerdì 20 gennaio 2012

Un bel giorno da cani

Nei primi tempi in cui ho cominciato a frequentare il Pollino in solitaria, non per scelta personale ma per il passaggio a diversa vita del mio fratello di neve ed escursioni, mi è capitato più volte di trovare dei cani escursionisti. Raramente invece ho trovato umani. Le poche volte si trattava sempre di persone particolari, come la volta che, prendendo il sole in cima a Serra delle Ciavole dopo una salita con gli sci, sentiamo arrivare una persona che cantava a tutta voce e poi l'abbiamo visto sbucare, con gli sci da escursionismo ed ...in mutande! (Il mitico Vanni!).
Al di là delle palpitazioni che ricordo di aver provato quando, risalendo il canalone ovest del Pollino,mi ritrovai improvvisamente di fronte due cani (i lupi sono affascinanti ma il primo istinto è indubbiamente quello di fuga) è sempre un piacere viaggiare in compagnia. Una volta mi avviai con tempo instabile, in verità sapevo che il meteo era in miglioramento e mi fidavo di quello. Un maremmano mi seguì dal rifugio di Pedarreto e mi tenne compagnia fino in cima a Serra del Prete. La visibilità era scarsa, le nubi incombevano ed avere quel cane al mio fianco mi dava tranquillità. Ogni tanto si perdeva ad inseguire le sue tracce odorose.
Mentre ero nel bosco del versante sud, scattò all'improvviso due volte, la prima dietro una lepre, la seconda dietro una volpe, non le avrei mai viste senza il suo fiuto. Quando poi negli ultimi metri di cresta sbucai dalle nubi ed usci nel cielo più blu che abbia mai visto mi sembrò naturale gioirne con il quattrozampe e dividere con lui i viveri.
Nelle ultime vacanze, per il primo approccio al Pollino dopo le nevicate di Natale, abbiamo preferito partire da Pedarreto confidando che la strada fino al rifugio sarebbe stata in qualche modo pulita. Parcheggiata l'auto nei pressi del rifugio non abbiamo potuto dire che non c'era neanche un cane. Infatti trotterellando sono venuti a salutarci due valorosi cuccioloni, seguiti poco dopo da un vecchio guerriero. Chissà se qualcuno di questi era l'erede del vecchio compagno di un tempo, l'ipotesi non è del tutto campata in aria, la somiglianza c'è ed il punto di partenza è lo stesso.
Sono bastate due carezze per convincerli a seguirci nell'escursione. L'idea era di arrivare a Ruggio ed, una volta li, decidere in base al meteo ed alla situazione neve dove arrivare. I baldi compagni sono partiti con spirito costruttivo, spesso tracciando la pista o scattando qua e la nel bosco inseguendo le loro tracce odorose. Man mano però sono diventati un pò lazzaroni preferendo lasciare battere la pista a me e seguendo fedelmente la traccia.
Ad un certo punto poi cominciano a cercare di impietosirci accasciandosi nella traccia o mettendosi di traverso nella stessa. In occasione delle varie soste (fatte per bere o rifiatare o fare una foto), uno regolarmente, si mette a girare in tondo per scavarsi una buca in cui si acciambella e prova a schiacciare un pisolino (come i cani da slitta nei racconti di Jack London), avrà scavato una dozzina di buche!
Alla fine ci hanno seguito fino in cima al monte Grattaculo (nome evocativo, vero?). Nuvole veloci ma continue sconsigliavano di andare sulla più imponente e sciabile Serra del Prete, ma è stata una buona scelta. Non sempre questa cima è in condizioni così sciabili, essendo esposta la salita a sud e, nella parte bassa, molto sassosa. Stavolta invece la bene è ben assestata e sufficientemente alta, così si sale bene e si raggiunge agevolmente, in mezzo ad una fitta ma ben sciabile faggeta, la cima.
La vetta è un magnifico balcone sulla valle del Mercure, anche gli amici quattrozampe si godono il paesaggio ed un meritato biscotto che li riscuote dalla loro flemma britannica. In discesa, poi, ci seguono disciplinatamente senza intralciare la sciata fino al rifugio di Pedarreto dove, dopo un ultimo saluto, si accoccolano definitivamente per un meritato riposo.
Missione compiuta!!

mercoledì 5 ottobre 2011

Dal nanetto della val Ladrogno.


Diverse volte passando dalla val Codera avevo visto le indicazioni per il bivacco Casorate Sempione, ma l'ho sempre ritenuto troppo lontano per fare una escursione da toccata e fuga in giornata.
Il problema in questi casi non è la salita, che poi alla fine si fa, ma la interminabile discesa, problema che non si pone nella pratica dello sci d'alpinismo (attività più gratificante, per me, si fa un pò di sana fatica in salita, godendosi in lentezza l'ambiente, e poi alla fine si conclude la giornata con una bella discesa liberatrice).

Il bivacco però è anche situato in una zona di grande belleza ed isolamento, sotto il piz Manduino che, con la sua parete sud, domina l'accesso a Valtellina e Valchiavenna con uno slancio non di molto inferiore a quello della nord del Badile.
La primavera scorsa eravamo già saliti per la val Ladrogno, i canali erano attraversati da torrenti gonfi d'acqua su cui si passava su ponti di neve all'apparenza compatti, non c'era nessuno in giro e, sopo averne attraversati un paio abbiamo deciso per il dietro front.

Questa estate una serie di contrattempi hanno impedito di fare molte attività in montagna, ma, ai primi di agosto. abbiamo trovato il modo di concludere questa salita, con l'obiettivo di traversare poi in valle dei Ratti e salire il Ligoncio.
Un minuzioso studio del meteo fa sperare bene, in realtà il tempo sembra incerto ovunque ma sulla nostra meta sembra che debba tenere.
Partiamo quindi nonostante le nuvole (diciamo nebbia ma sono proprio nuvoloni che hanno scaricato parecchia pioggia nei giorni passati), anzi, sono la scusa per ritardare alle 9 la partenza.
La salita in val Codera è veloce, grazie a nuvole di zanzare inferocite che ci marcano ad uomo.
Nei posti in cui il sentiero è protetto dalle gallerie di cemento scorrono veri e propri fiumi di acqua, residui delle piogge dei giorni passati.
Usciti al paese scendiamo verso il bel ponte che scavalca il fiume e poi su, dritti per una salita senza scampo.

Prima sosta nei pressi della baita in località 'in cima al bosco'. Un posto davvero favoloso, chissà quanto spesso ci viene il proprietario, non proprio dietro l'angolo. Trovo anche dei porcini che lascio a malincuore a bordo sentiero.
Dopo una pausa rifocillatrice si riparte cominciamo ad addentrarci sempre più nella valle. Man mano il senso di isolamento e di abbandono della cosiddetta civiltà si acuisce. Basta così poco per sperimentare la wilderness, non serve fare viaggi di giorni, basta mettersi le gambe in spalla e saper cercare, dove non ci sono strade la natura riprende il sopravvento.

I nuvoloni non accennano a diradarsi, ma ormai ci diciamo che, se pure piovesse, in un paio di ore il bivacco dovremmo raggiungerlo. In ogni caso abbiamo varcato il nostro Rubicone.
L'ultimo residuo di alpeggio che incrociamo è dimesso, è stato abbandonato o forse è usato solo comne ricovero temporaneo per brevi periodi in estate.
Il sentiero è segnato discretamente, usiamo alla fine dal bosco e, in campo aperto, dopo qualche ultima giravolta, rintracciamo il bivacco.
E' addossato ad un grosso masso, che lo occulta alla vista dal basso, su un costone su cui è protetto dalla valanghe che sicuramente spazzano tutti i pendii circostanti.
Un vero nido d'aquila, in posizione dominante sulla valle con la bella parete nord-ovest del Manduino che incombe.
Delle capre ci si fanno da presso, sembrano particolarmente interessate ai calzini messi ad asciugare.

C'è poi, di guardia, un simpatico nanetto (dal ragguardevole peso, chissà che spirito ha animato il suo trasportatore, sicuramente particolare). Ci racconta che è fuggito dalla città (Milano) per cambiare vita e godersi la montagna.
Recuperiamo l'acqua e ci apprestiamo a prepararci da mangiare ed a goderci lo spettacolo del tramonto per il quale siamo in posizione privilegiata. Purtroppo non avevamo fatto i conti con gli scrosci residui, e dopo un paio di spruzzi di poco conto, arriva una violenta grandinata che ci fa riparare all'interno.
L'aria piuttosto fresca blocca qualsiasi proposito di goderci il cielo stellato, la stanchezza poi si fa sentire. Ci accucciamo quindi a goderci il meritato riposo, interrotto di tanto in tanto dalla capre che si scontrano e scornano e ribalzano sulle pareti di lamiera del bivacco.

Il giorno successivo ci avviamo su per la valle verso 'la porta', accesso verso la valle Arnasca. La mattinata è assolutamente limpida e, man mano che si sale, la vista si allarga sempre di più verso l'alto lago di Como, la Est del Rosa bianca di neve e varie altre cime delle Alpi occidentali.
A terra c'è un discreto strato di grandine che tende a rompersi, occorre quindi una certa attenzione.

Speciamente nel tratto tra la porta e la bocchetta di Spassato il passaggio è delicato, le roccie sono friabili, c'è grandine e la roccia è ricoperta qua e là di vetrato non immediatamente distinguibile. Tra l'altro non ci sono nè catene nè punti di assicurazione e ci sono diversi massi instabili.
Passato il punto critico caliamo per un canale verso l'alta valle dei Ratti ed attraversiamo per ampie placconate fino a portarci sotto il Ligoncio.
Siamo nel regno della pietra, tutto l'alto circo della valle è dominato da pareti rocciose, dal Manduino, alle cime di Caiazzo, fino al Ligoncio.

Risaliamo il canale che porta allo strapiombo sulla valle Arnasca ed individuiamo (non ci sono bolli od indicazioni) un punto di passaggio da cui cominciare la salita finale, delicata per la presenza di grandine e vetrato. La roccia invece sembra peggio di quel che è, dopo qualche zig zag sbuchiamo sulla cupola sommitale da cui raggiungiamo agevomente la croce di vetta.


La vista è apertissima ovunque, dal pizzo di Prata (mia croce e delizia) alle cime della val Chiavenna, all'alta val Codera. Poi, giusto di fronte a noi, tutta la val Masino con Badile, Cengalo, Cima di Castello, Disgrazia eccetera.
Uno spettacolo su cui comincia a calare qualche nuvola. Specialmente il Badile nel giro di mezzora è completamente coperto.
Ci rifocilliamo e ci apprestiamo alla lunghissima discesa fino a Verceia, sono 2700mt di discesa su un percorso di 25 km.
I piedi tremano all'idea ma gli tocca!
A proposito di affollamenti estivi, in due giorni abbiamo incontrato solo un pastore in val Ladrogno, i primi escursionisti li troveremo poco prima di Frasnedo.