Loricati in abito bianco

Loricati in abito bianco
Loricati su Serra Crispo
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sabato 27 dicembre 2014

Il Coccovello, un terrazzo sul tirreno meridionale

Le isole Eolie all'orizzonte

Andando a Maratea in estate un appassionato di montagna non può fare a meno di pensare a quale vista si possa godere dalle montagne subito a ridosso della linea di costa.
Visto che d'estate le temperature sono quelle che sono mi ripromettevo di ritornarci in inverno,
ma poi d'inverno seguivo invariabilmente il richiamo delle nevi del Pollino.
Visto che in questo 2014 la neve ha latitato (fino a Natale) abbiamo finalmente messo in atto i nostri propositi.
In una giornata tersa dal passo della Colla abbiamo seguito per un breve tratto una carrozzabile (fino a dove diveniva sterrata).

La costa tirrenica calabro lucana.
Di li abbiamo seguito la sterrata che arriva fino alla frazione di Acquafredda (non so se sia tutta percorribile in 4*4, di sicuro è segnalata come percorso escursionistico che collega Rivello, Trecchina ed Acquafredda in una ideale tappa iniziale per un "Basilicata coast to coast").
Arrivati ad un pianoro per tracce di sentiero (segnate da bestiame, cinghiali e cacciatori) abbiamo puntato verso l'evidente ripidissimo costone S.
Usciti a gran trotto dal bosco (abbiamo sentito aggirarsi cacciatori e volevamo evitare di fare la fine dei cinghiali) abbiamo poi proseguito puntando verso la cresta di vetta superando varie facette rocciose (tutte aggirabili) e qualche rado boschetto.

La costa a nord. Sapri ed il capo Palinuro
Man mano che ci si alzava il panorama si apriva a dismisura in uno scenario grandioso.
Dietro il Cristo di Maratea la costa calabra si allungava a perdita d'occhio ed all'orizzonte è spuntata chiaramente un cono vulcanico che, cartina alla mano, non poteva che essere lo Stromboli.
Arrivati in cima anche le altre isole si distinguono; considerando che stromboli è a 150 km mentre le più lontane ad oltre 200 km c'è una bella vista.
Il panorama è fenomenale in ogni direzione da Capo Palinuro fino a buona parte della cosa calabra.
Alcuni cavalli trottano tra la dolina di vetta e la cresta e ci osservano stupiti.
Qualche rapace si sgranchisce le ali.
Cavalli al pascolo. Sullo sfondo le Serre del Pollino.
Dopo la sosta di rito ci avviamo puntando, attraverso un altro costone, direttamente al parcheggio dell'auto.
Con il sole che scende, le Eolie di stagliano ancora più nettamente all'orizzonte.
Qualche ultima incertezza nel percorso finale c'è nell'attraversamento della fascia boscosa, ma ne usciamo fuori.
Un'escursione meritevole ma da fare rigorosamente nei periodi freddi (a meno di non percorrere i sentieri sul lato N).
Particolare dell'isola di Salina.

sabato 14 dicembre 2013

All'Acquafraggia in un inverno anomalo.

Il lago gelato dell'Acquafraggia

Quando la neve scarseggia ci sono frotte di sci-alpinisti che girano come bestioline impazzite alla ricerca di fazzoletti di neve su cui far scorrere i loro sci.
Ci sono quelli che si sfogano risalendo qualche pista preparata ma non aperta.
Altri che si adattano a concatenare conche innevate con tratti erbosi su cui strisciare con le amate pelli.
Generalmente poi i posti praticabili sono pochi e quindi risultano anche sovraffollati.
In attesa di un pò di sana neve decidiamo di lasciare gli sci a riposo e di fare un percorso con vista sulle nord della Bregaglia.
A Piuro però ci accorgiamo di aver dimenticato a casa i documenti, ripieghiamo quindi sull'Aquafraggia.
Lasciamo il fondovalle ricoperto di brina e gelo, man mano che si sale sale anche la temperatura.
Savogno ed il fondovalle nel gelo
Superato Savogno ci rendiamo conto che la valle resta comunque in ombra ancora per un lungo tratto. Raggiungiamo quindi l'agognato sole a quota 1400 circa, in corrispondenza di alcune baite.
Il sentiero in alcuni tratti è ricoperto da uno spesso strato di ghiaccio su cui è impossibile stare in piedi, bisogna aggirarli in qualche modo.
Ci sono diverse cappellette che che testimoniano l'uso che se ne faceva per il transito del bestiame ai pascoli alti. Il rapporto con la montagna non era certo idilliaco, si trattava di fatica e sofferenza, pura sopravvivenza. Non si celebrano la gioia e la bellezza delle alte quote (lusso riservato a chi sale per diletto e con la pancia piena). Semmai si cerca di invocare la protezione dai pericoli e la riduzione al minimo dei danni "Cari Gesù,Giuseppe e Maria, aiutatemi nell'ultima agonia".
Una delle cappelle votive lungo il percorso

A proposito di pericoli, un improvviso boato e vedo rotolare giù dei massi.
Uno della dimensione di una lavatrice passa sul sentiero un centinaio di metri davanti a noi.
Il sole scaldando la parete ha "scollato" i sassi dal ghiaccio che a sua volta li aveva separati dalla roccia madre. La natura lavora in silenzio, ma poi mostra all'improvviso la sua forza.
I nostri sensi si acuiscono, tesi a percepire ogni minimo rumore. Capisco i camosci che si muovono sempre circospetti e con le orecchie ben tese. Loro devono guardarsi non solo dalla natura, ma anche dai cacciatori.
Traversiamo velocemente il canale su cui hanno scaricato i sassi, alla fine un altro rombo, stavolta però è una colonna di una cascata di ghiaccio che è crollata.
Un'ultima serie di rampe erbose e siamo al lago.
Questo è completamente ghiacciato, ma sotto si sente ancora scorrere acqua. Ogni tanto il ghiaccio in superficie si tende e si assesta emettendo dei cupi rimbombi. Come faranno le trote a sopravvivere al buio la sotto per i prossimi 5 mesi?
Attorno c'è solo silenzio e vuoto, 2000 metri in basso c'è un tripudio di mercatini e luci natalizie, e qui sembra di stare in una zona remota del Tibet.
Dopo uno spuntino ci avviamo in discesa, decidiamo di fare la traversata verso Corbia.
L'alpeggio di Corbia
Ci tocca quindi di riattraversare proprio sotto la zona delle cascate di ghiaccio.
Confidiamo nel fatto che ora la zona è in ombra da un pò, quindi quello che doveva cadere è caduto.
Il passaggio inoltre è più  in alto, il tratto a rischio è quindi più breve, circa 50 metri.
Da li ci rendiamo conto che il percorso è più lungo del previsto, con una serie di saliscendi si attraversano diversi canalini innevati su cui fare attenzione.
Il sentiero è stato praticato da animali che, evidentemente, lo usano come passaggio tra i due versanti della valle al riparo dalle presenze umane. Una piccozza ed un pezzo di corda farebbero comodo, sono lì che riposano nel cofano della macchina. Il conforto sarebbe solo psicologico, però darebbero tranquillità.
L'ultimo sole sul Piz Badile

 

E' però dall'inquietudine e dalla tensione che nascono una maggiore attenzione e senso di se e dei pericoli che ci circondano. Si tratta di trovare un giusto equilibrio tra i due estremi, abituandoci mentalmente a pensare che, senza appendici tecnologiche, siamo ancora capaci di stare in piedi.
Finalmente il sentiero comincia a scendere decisamente e la neve sparisce, raggiungiamo così le prime baite sopra Corbia. E' un posto veramente speciale, un prato sospeso sulla Bregaglia con vista magnifica sulla catena. Da Cengalo e Badile (che ostenta una magnifica parete Ovest illuminata dal sole che volge al tramonto) fino al Gruf, al Pizzo di Prata, e giù il piano di Chiavenna, e di là le Lepontine tra Ledù e Forcola.
Lapide commemorativa di partigiani caduti il 20/4/45
Questi prati continuano a prendere il sole per ore, quando in valle le ombre non sono ancora andate via o sono già ridiscese. Un posto da meditazione.
La discesa verso Dasile è complicata da uno spesso strato di foglie che nasconde il sentiero. Non sono state bagnate da molta pioggia, ci penserà la neve dell'inverno a schiacciarle a terra.
Dopo Dasile il sentiero è fortunatamente più comodo, pur avendo la frontale non ne facciamo uso, la luna è sufficiente ad illuminarci il cammino e a guidare gli ultimi non più baldanzosi passi verso il fondovalle da cui la brina non è mai andata via.

martedì 20 agosto 2013

Arrampicata sul monte Alpi. Più alpinismo di così!

Alla fine della via, comincia la parte più ignota

Pochi giorni dopo una escursione sul Monte Alpi,  giunge notizia dell'arrivo di un amico in visita dal nord.
Visto l'orario di arrivo (le 6 con autobus da Milano) colgo l'occasione per ritornare sul "luogo del delitto" per fare la nuova via di Ferranti sul monte Alpi, la "Stellina delle Alpi".
Sfruttando la partenza di buon ora si percorrerebbe infatti tutta la via all'ombra, che risulta quindi piacevolissima anche in piena estate.
La via nella prima parte è parallela alla più nota Via della Continuità. Dove servono si trovano buoni chiodi e cordini (di qualcuno di questi forse non è meglio fidarsi troppo e fare uso dei propri).
I primi tiri sopra il ghiaione di attacco.
Fare una via di questo tipo dà soddisfazioni diverse rispetto alla falesia.

Non c'è magari l'alta difficoltà, ma c'è il gusto di cercarsi il percorso, una sorta di caccia al tesoro consistente in chiodi e cordini.

Il gusto di cercare l'albero od il sasso o la fessura giusti su cui mettere la propria propria protezione intermedia (che rimuoveranno gli altri
componenti della cordata).
La soddisfazione di avere intuito il percorso giusto, rientrando in sintonia con il primo apritore.

Infine, soprattutto, il trovarsi in ambiente, tra canaloni selvaggi dove passano solo pochi appassionati, tra loricati abbarbicati alle rocce
con il silenzio interrotto magari dall'improvviso fischio di un rapace che ti sfreccia pochi metri sulla testa.

Si crea poi, nel salire in cordata in ambiente, un'intesa particolare tra i componenti.
Non solo ci si capisce con un cenno, ma si crea una sorta di spazio parallelo in cui si smette di essere quelli che si è nella vita "a terra", ridiventi l'animale primordiale che esplora un ambiente nuovo con le cautele del caso ma anche con l'emozione della scoperta fatte man mano.    
La "stellina" sulla stupenda placconata che precede l'anfiteatro.
In alto s'intravede l'inizio del canalone.

Dopo l'ultima stupenda placconata ci ritroviamo nell'anfiteatro dove bisogna ricongiungersi all'altra via.

Sono già stato due volte qua, eppure sembra un posto del tutto nuovo, basta un'angolazione diversa
e tutto sembra diverso.
Traversata la cengia vedo verso i cespugli dove dovrebbe esserci una calata.

La trovo e solo in quel momento ho la certezza di essere al posto giusto!
A questo punto cedo il comando della cordata all'ospite dandogli le indicazioni sull'ubicazione dei
prezioni chiodi (che non sono molto evidenti, ma così che gioia quando li stani).

Si entra nel canalone tra lastre a 'franapoggio'.
Due  tiri nel canalone e siamo alla campanella, dove la maggior parte di quelli che fanno le vie fanno dietro-front, non per la difficoltà della salita quanto per la precarietà della discesa.

Dopo questa c'è un muretto fisico e polveroso che si merita in pieno un bel VI (ma volendo si può azzerare aggrappandosi ad un provvidenziale cordone).

Segue un tiro in diagonale verso destra dove l'arrampicata sconfina nel tree climbing, qui riprendo la guida perchè ero memore del fatto che era difficile imbroccare l'uscita giusta, ed il terreno è infido e presenta
dei blocchi instabili.


Lottando tra rocce e rami arrivo alla 'sosta' ricavata con cordoni vecchiotti su
un residuo di loricato ancora più consunto. Da questo, volendo calarsi in doppia, bisognerebbe puntare ad un altro loricato, ben più solido che svetta una trentina di metri sulla campanella.
Una doppia da albero ad albero, buona per Tarzan!



La provvidenziale sosta loricata. Quanto resisterà ancora?

E' vero che i loricati sono coriacei, ma in questo caso il terreno a cui è avvinghiato il nostro
non è compattissimo, infatti Fabrizio, reso edotto della situazione, approva in pieno la mia idea
di proseguire corda in spalla fino in cima.

Un pratone ripido, un'ultima balza rocciosa, ed arriviamo all'ultimo loricato,
fine ufficiale della via.

La riluttante ma sempre presente Caterina.
Sembra che finanche si diverta!

Aggiorniamo il libro di vetta (per la verità non risultano molte ripetizioni, siamo forse i frequentatori
più assidui assieme agli apritori) e poi ci liberiamo di imbraghi, corde e ferraglia varia.
Dopo una sosta ristoratrice, ci avviamo verso l'alto per pratoni ripidissimi e crestine rocciose.

Una coppia di rapaci (sembrano avvoltoi o gipeti ) ci sorvola lentamente.
Ad un certo punto nel canalone, alla nostra sinistra, vediamo un vitello che deve essersi affacciato
a curiosare ed è precipitato sotto, magari spaventato da uno dei temporali dei giorni scorsi.
C'è da saziare legioni di avvoltoi, chissà se non si presenterà a pranzo anche qualche lupo.
La vista è un pò inquietante e ci esorta ad avanzare con circospezione e cercare con cautela il percorso di salita.


Vediamo un po chi è passato da queste parti
Qua ovviamente non c'è nessun segnale visibile, dopo un pò si capisce ad occhio che la salita
diretta non è fattibile, tagliamo il canalone e risaliamo per la cresta parallela,
per erta salita con diversi passi di I/II ma senza passaggi obbligati.

Sbucati infine sul crestone NO proseguiamo verso la vetta mentre a N incombono dei grossi cumuli rombanti
di tuoni. Ci avviamo quindi velocemente verso il ripido pendio S contando sul fatto che nel sottostante bosco
ci sarà di certo una traccia di sentiero che riporta ai pascoli sotto l'attacco della via.





L'infido canalone di uscita.
La via di roccia finisce sui pini in basso a sinistra.

Il sentiero c'è, ma non è evidente e facciamo vari tentativi, per tracce lasciate da animali al pascolo, fino a trovare quella giusta.

Arriviamo infine alla macchina dopo 10 ore che stiamo in giro, soddisfatti e pronti per la prossima avventura di domani, un rinfrescante Raganello!  

venerdì 16 agosto 2013

Al Monte Alpi, tra i boschi e le rocce dell'Appennino lucano. Escursionismo.

Il versante O del monte Alpi
Il monte Alpi è un massiccio montuoso, composto da due cime, posto all'estremità nord-occidentale del parco del Pollino.
E' una montagna che ripropone in piccolo ed in un territorio abbastanza limitato le tante facce del parco.
Basta un giorno per girargli intorno e passare dai fitti boschi del versante nord, ai pascoli di alta quota del sud ed alle pareti strapiombanti del versante ovest con tanto di pini loricati abbarbicati alla roccia.
L'avvicinamento facile lo rende comodamente raggiungibile a tutti (almeno nelle parti basse), ma la montagna è decisamente poco frequentata, meno di quanto meriterebbe.
Di fatto ho raramente trovato qualcuno.
Questa estate in un'occasione abbiamo attraversato il magnifico bosco Favino, teatro del rito della 'ndenna' (analogo a quello eseguito a Viggianello o Rotonda) praticato qui dagli abitanti di Castelsaraceno.
la 'ndenna' che svetta tra le case di Castelsaraceno
Questo consiste nel matrimonio simbolico tra un faggio (il maschio) ed un abete (la femmina) scelti e tagliati anno dopo anno nei boschi e poi trascinati, tra musiche popolari e solenni bevute e mangiate, in paese. La festa si fa in onore di S. Antonio di Padova.
Qui vengono uniti ed issati al centro del paese, con tanto di offerte appese in alto a disposizione di chi osa scalarli.
Risalendo il canalone NE sopra la 'Niviera'
Per la discesa è più saggio ripercorrere parte della strada di salita e proseguire poi per la cresta E dove 'dovrebbe' esserci il sentiero segnalato a bolli.
Noi abbiamo traversato verso la cima del monte Alpi, siamo scesi per la cresta NO fino al bosco e poi abbiamo proseguito per labili tracce con una diagonale che ha tagliato tutto il bosco del versante N.
Anche se il bosco sembra invitare a scendere direttamente, è meglio evitare l'invito.
Infatti il bosco ricopre e nasconde una fascia rocciosa, con diversi salti, che divide la parte alta della montagna dalla bassa.
Probabilmente questo bosco è frequentato solo da lupi, cinghiali, ed escursionisti con il gusto dell'esplorazione e buone caviglie.
Dopo aver traversato i tanti canali che scendono nel bosco (con la neve senza ramponi diventa proibitivo) arriviamo a quello che sembra l'ultimo da cui, a balzi e saltelli, raggiungiamo una sterrata nel bosco e da qui il parcheggio.
La parte finale della cresta NE, In fondo il monte S. Croce
Ci fermiamo dopo alla falesia attrezzata dell'Armizzone a fare qualche tiro (quelli alla nostra portata).
Questa falesia è particolare;  si arrampica su alcune estrusioni di silice che sbucano qua e la dal calcare, per cui in caso di volo queste potrebbero essere ben 'dolorose'.
Le vie sono assortite, vanno dal 5a al 7a, ben attrezzate.
Il versante N del massiccio, boscoso ed inciso dai canali. A sinistra il canalone della Neviera.

Il posto è 'bucolico', gli unici rumori che si sentono sono quelli del vento, qui sempre presente, e delle mucche al pascolo nei dintorni. Una bella falesia estiva dove passare una giornata in tranquillità, tra un'arrampicata, un pic-nic ed una passeggiata.
Concludiamo la giornata in bellezza facendo un salto a Castelsaraceno. Svetta in mezzo al paese l'abete dell'ultima sagra.
Giriamo senza meta per i vicoli del paese fino ad affacciarci sulla gola del 'Racanello' che separa lo sperone su cui è appoggiato il paese, dall'immenso (non tanto per altezza,  anche se è pur sempre 1700 mt, quanto per estensione) monte Raparo che incombe sul paese.
Una podolica  si gode il panorama dalla vetta. Tra le foschie il golfo di Sapri.

giovedì 18 luglio 2013

Al Vajont per un trekking della memoria

Il monte Toc col la frana.

Quest'anno ricorre il 50° dell'alluvione del Vajont.


Ci sono degli avvenimenti cardine, dei punti di snodo della nostra Storia, che vengono etichettati come "Tragedia" o "Disastro" ma che, in realtà, sono stati delle Stragi.
La gola sotto la diga.
In fondo si vede Lavarone

Mancava il movente eversivo o destabilizzante ma , per il resto, sono stati individuati responsabili ed i corresponsabili.

Che, come troppo spesso è avvenuto, non hanno pagato il loro debito (se non con la propria coscienza).

Nel bosco vecchio.
Gli alberi, sdraiati dalla frana, hanno riconquistato il cielo.

Ero scettico sull'unire nello stesso fine settimana il piacere di un'escursione in montagna con la rivisitazione di un fatto storico così tragico. Anche perché la componente vojeuristica è imbarazzante.

Come definire, altrimenti, le visite ai luoghi tragici della nostra storia recente?

Canalone sotto il Duranno
I veri e propri picnic alle varie Avetrana e Cogne?

La visione della magistrale rappresentazione di Paolini ha contribuito non poco a farci rompere gli indugi e decidere di partire.


Ne è valsa la pena.
 
Sulle creste della val Zemola
L'elenco dei disegni, uno per ognuno dei bambini deceduti (che sarebbero ora i nostri quasi coetanei, o zii, o fratelli maggiori) è toccante.

La visione dell'enormità della frana, che a monte ha letteralmente riempito la diga lanciando l'acqua del lago in alto di 200 metri prima di scagliarlo giù per la gola su Longarone fa capire in modo netto e chiaro che i responsabili ci sono e non potevano aver capito cosa avevano innescato.

Insomma, c'erano tutte le premesse per evitare quelle 2000 morti e lo strazio di tante famiglie divise ed estirpate da casa loro.
Camosci sugli strapiombi del Duranno

Ai tempi coloro che protestavano erano tacciati di essere dei sobillatori, antistorici, oppositori del progresso e della modernità.


A sentire le cronache dei giorni d'oggi pare, ahimé, che non sia cambiato molto, se c'è chi ancora chi cerca di discolpare l'Ilva di Taranto o sottrarre alle proprie responsabilità i dirigenti dell'Eternit. Ora torniamo alle dolomiti friulane ed al resoconto escursionistico.


Panorama sulle Dolomiti bellunesi.
Si tratta di montagne stupende, al confine tra due monte e quindi poco frequentate. Come ci ha detto un forestale incontrato sui sentieri vanno conquistate con il sudore, ma ricompensano con panorami e sensazioni di libertà.


Il bosco è sempre fitto fin sotto le cime, i pini mughi si arrampicano ovunque e ti carezzano costantemente nei canali e sulle creste.


Il monte Duranno
Un'esplosione di fiori e profumi che riempiono i polmoni di buoni aromi.


Andateci, visitate la diga e poi le montagne, e, quando tornate a casa, non abbassate la guardia, anche il parchetto sotto casa può aver bisogno di essere difeso.

sabato 18 agosto 2012

Sui passi della Bregaglia. Il passo Cacciabella.



La parete dello Spazzacaldera con le tante vie di arrampicata
In genere chi va in montagna punta alle cime e non tiene in adeguato conto i passi.
Erano questi ad essere utilizzati quando la montagna era vissuta.

Da qui passavano cacciatori, contrabbandieri (e finanzieri), ribelli di varia origine e carabinieri.

Dai passi qualcuno a cominciato ad avviarsi per vedere cosa c'era sulla cime.
(nulla di utile, a parte il paesaggio, perciò può dirsi appropriato la definizione di "Conquistatori dell'inutile" per gli alpinisti).

Non arrivare nemmeno in cima è quindi generalmente percepito come doppiamente inutile,
sarà per questo che su certi percorsi non si incontra mai nessuno.



 
La forra poco prima della fine del bosco
I passi che collegano le valli laterali a nord della Bregaglia sono, a torto, poco frequentate dagli escursionisti.


Ci passa qualche raro sci alpinista a fine stagione (ci sono pendenze e dislivelli sostenuti e molti tratti a rischio slavine) e, nella stagione estiva, qualche alpinista che, al ritorno da qualche via, traversa su altri versanti.

Il passo Cacciabella consente di transitare tra Albigna e Sciora. Si parte dal parcheggio della funivia dell'Albigna,
a piedi o con la funivia.

Il percorso è molto panoramico, in un bel bosco con la vista che man mano si apre su tutta la Bregaglia.

Prima di uscire dal bosco transita nei pressi di un impressionante canalone che precipita nella valle dell'Albigna.




La Cima di Castello ed il lago dell'Albigna

Si esce poi all'aperto, si passa sotto le pareti dello Spazzacaldera e si raggiunge il muraglione della diga.

Da li, seguendo i bolli bianco-azzurri, traversa sui ripidi pendii fino ad un canalone attrezzato con catene.


Di fronte, dall'altro lato del lago, si vede il rifigio dell'Albigna e le belle (e facili) placche dove sono attrezzate delle vie per tutti.

(2 vie da 4 tiri, massimo 5b) altamente consigliate per la bellezza dell'ambiente e la comodità (se si usa la funivia).


Nei pressi del passo

Passato il canalone il sentiero comincia a salire decisamente, sempre ben segnalato, fino a raggiungere il passo con palina e libro di ...passo.

La vista sui ghiacciai della Cima di Castello è magnifica e lo scenario di alta montagna, senza opere umane visibili.

La discesa verso la Sciora è attrezzata senza risparmio, il canale centrale è pieno di sfasciumi (quando non di ghiaccio) e soggetto a qualche scarica di sassi.


Le catene sono sul lato destro e conducono, dopo qualche centinaio di metri percorribili sempre in sicurezza (se si dispone di imbrago e set da ferrata) fino all'uscita del canale.



Nel canale di Cacciabella


Ci sono delle lame di granito che incombono (e che certo prima o poi verranno giù).
Alla fine della lunga serie di catene si segue il sentiero, sempre segnalato in bianco ed azzurro, che porta al rifugio della Sciora.

Anche qui lo scenario è fantastico, col il ghiacciaio che risale 
fino al passo di Bondo e le pareti nord delle Sciore, del Cengalo e del Badile che svettano.

 

Consiglio un binocolo per esplorarle e toccare ... con occhio, i passaggi delle varie vie di salita alle vette.







Qui è stata scritta la storia dell'arrampicata e, con il passare del tempo, si è innalzato il livello di difficoltà andando a percorrere tratti sempre più difficili, sia tecnicamente che per pericoli oggettivi.

E, quasi a confermare queste impressioni, sentiamo il rumore di un crollo tra Cengalo e Badile e vediamo gli elicotteri della Rega andare e venire per verificare e
portare a valle gente.

Da rifugio si può continuare verso il viale (che è dichiarato chiuso a causa dei crolli) o si scende verso la Bondasca.




Il percorso è piuttosto lungo ma vale la pena. E' poi stato recentemente sistemato, per cui si percorre bene con colpi d'occhio sempre diversi su Cengalo e Badile.
L'elicottero in ricognizione sotto il Cengalo
Raggiungiamo prima del tramonto Bondo e poi Promontogno. Qui c'è la fermata del postale con cui si può ritornare all'Albigna e chiudere un anello di grande soddisfazione.

venerdì 13 agosto 2010

Tibet? Ladak? Ma andate in Val Maroz.


Spesso si sente parlare di affollamento sulle nostre nostre montagne. Effettivamente sui percorsi più blasonati o che portano a vette celebrate (spesso più grazie al marketing che a ragioni oggettive) si tende a fare la fila.
Anche io non sono esente da peccati e mi sono fatto fatto sedurre dalla sirena di qualche quattromila o vetta più blasonata.

Al momento poi di partire e trovarmi in competizione con altre cento persone per conquistare un bagno alle 4 del mattino poi mi dicevo 'ma chi cavolo me la fa fare'.
Scenari da ritirata in Russia , con centinaia di persone incolonnate verso la cima.

Tempi di attesa per toccare l'agognata vetta perché tutti non ci stanno. Quelli che scendono che ti passano sulla corda e sui piedi...
quelli veloci che quasi ti buttano fuori traccia e ti guardano con lo stesso sguardo che vedi in coda nelle tangenziali...

Ti ritrovi a pensare con sollievo, 'anche per questa volta ho dato, le prossime volte vado in montagna, non al luna park'.
Ma per poter andare in montagna senza l'effetto tangenziale bisogna per forza andare in Tibet?
Non credo proprio, anzi, mi sa anche che anche da quelle parti l'affollamento imperi.
Ovunque si faccia del turismo un'industria necessariamente si tende a trattare il turista da merce, da inserire quindi in una opportuna catena di montaggio.
Ed allora? Semplice basta guardarsi intorno con un po di intelligenza e prendere una cartina.

Dove non ci sono funivie, strade che portano in quota o grosso carico abitativo si riuscirà a ritrovare il senso dell'andare in montagna.
Avevo individuato da un po il Piz Duan, in Bregaglia. Un giro lungo che attraversa tutta la val Maroz partendo da Casaccia.
C'è un alpeggio all'inizio della valle ed un'altro a due ore circa dalla partenza (Maroz Dent).
Poi niente altro per 15 km, un senso di isolamento ed estraniamento difficie da trovare, anche il cellulare non prende.

Prati, valloni ripidi (e parecchio valangosi, per cui con lo sci ci si può accostare solo in stagione avanzata) fioriture strepitose.

All' altezza del lago della Duana si stacca la traccia (il sentiero segnato non va in vetta, prosegue verso il passo della Duana ed al passo Bergalba, alla fine della valle) per raggiungere la vetta.
C'è un ghiacciaio che ,a seconda delle condizioni, può richiedere ramponi e piccozza da cui si arriva ad una anticima.
Con un'ultima crestina si raggiunge la vetta con una fantastica vista sui ghiacciai dell' Engadina e sulle pareti rocciose di Badile e Cengalo.
Decidiamo poi di scendere per la cresta O, piuttosto delicata e sfasciumosa. C'è un assoluto caos minerale su cui proseguiamo con cautela, il casco è d'obbligo, un gruppo numeroso avrebbe problemi.
Ma ci siamo solo noi e quindi si procede bene, senza preoccuparsi di colpire qualcuno con i sassi che inevitabilmente smuoviamo.
Raggiunta la fine della valle ed il lago da cui origina la Maira/Mera scendiamo attraversando tutta la valle.
Arriviamo all'auto alle 8 di sera, siamo in cammino dalle 7 del mattino ed abbiamo incontrato solo due pastori e due escursionisti.