Loricati in abito bianco

Loricati in abito bianco
Loricati su Serra Crispo

mercoledì 20 aprile 2011

Vagando sulle tracce dei lupi del Pollino


Ognuno è affascinato da un animale in particolare, ognuno di noi ha un animale totemico.
Generalmente si tratta di pochi animali simbolo: l'aquila, il falco, il lupo, il leone, l'elefante.
Per me questo animale è il lupo. Vive in condizioni disagiate quando non estreme, mantiene la sua individualità pur vivendo,
e bene, in un gruppo.
E' fiero e non svende la sua libertà pur essendo molto simile al cane che spesso lo fa.

Purtroppo tra cappuccetti rossi e porcellini vari hanno fatto di tutto per farcelo temere.
Se però dopo tutti questi condizionamenti il lupo continua ad ammaliare molti,
vuol dire che il suo fascino ha a che fare con qualcosa di profondo che è in noi.
Avendo dei giorni di ferie ho giocato la carta Pollino ma ero scettico, date le forti sciroccate di questa primavera anticipata, di poter fare uso degli sci.
L'inizio della settimana è un pò perturbato, con venti dominanti dai Balcani. Per cui promette bene per il mantenimento del freddo e magari anche per l'aggiunta di qualche fiocco di neve.
Il primo giorno in cui sembra che il peggio sia passato si va al Pollino e si punta verso i piani.

La prima sorpresa, positiva, è che la neve comincia proprio da Colle dell'Impiso, per cui si parte sci ai piedi. Non c'è nessuno, già normalmente con è che si faccia a spintoni, adesso poi siamo fuori 'stagione' e c'è stato maltempo.
Le uniche tracce che si intravedono sono quelle di cinghiali, volpi e... le prime del lupo.
L'impronta del lupo è simile a quella di un cane di buona taglia, la traccia differisce perché l'impronta è allineata e non affiancata.
Il lupo è costretto a fare tanti km per alimentarsi e quindi marcia in modo da ridurre al minimo la fatica.

Quindi, anche se in branco, avanza sempre in fila riutilizzando le tracce di colui che guida il gruppo ed è difficile dalle tracce capire di quanti esemplari di tratta.
Sbucati ai piani il paesaggio è surreale e fantastico, le cime non sono visibili e le nubi incombono.
Di neve invece ce n'è tanta, più di quanto mi attendessi, ed è ben compatta.
Ci avviamo verso la fascia superiore dei piani transitando vicino ad alcuni faggi letteralmente scolpiti dalle ultime bufere da NE.
Si alternano parziali schiarite a ricoperture, la visibilità oscilla tra pochi metri e poche centinaia di metri.

Ad un tratto, mentre ci troviamo ad un centinaio di metri dal bordo della parte superiore dei piani, un'improvvisa schiarita ed eccoli la, una coppia di lupi ci osserva curiosa.
Il momento è intenso ed emozionante, brividi di pura emozione. Dopo pochi secondi i lupi scompaiono, anche loro stupiti di trovarsi di fronte degli umani che hanno ben imparato a temere.
Ci avviamo, con non eccessiva fretta ;-), verso il posto dell'avvistamento e vediamo le chiare e nette impronte.

Intanto il tempo non accenna a migliorare e ci avviamo verso la grande posta a far visita a "Zu Peppe", i resti del grande pino simbolo del parco.
Ci rifocilliamo comodamente seduti sui resti del grandi rami che, a tanti anni di distanza dall'incendio, continuano a non volere crollare al suolo.
Sarà il tempo con la visibilità che oscilla da 10 a non più di 50 metri, ma la suggestione è tanta e mangiamo spalla contro spalla e sono contento di avere dietro la piccozza.

Una improvvisa schiarita fa intravedere parzialmente i pendii di Serra delle Ciavole, e sono assolutamente fantastici!
Ci avviamo allora in quella direzione, alla peggio si scenderà pian piano, non possiamo non salire in vetta, il posto lo conosco a menadito.
Si sale tra le nubi con i pini loricati scolpiti dal ghiaccio che sbucano tra le nebbie, incrociando ancora le tracce dei lupi (saranno sempre gli stessi due?).

Mi piace pensare che non siano semplicemente in cerca di cibo ma spiriti inquieti in cerca di risposte, di sicuro provo uno strano piacere nell'incrociare queste tracce, l'inquietudine di prima è sparita.
Arriviamo in cima nella nebbia totale, togliamo le pelli facciamo due foto e ci approntiamo per la discesa.
Ed ecco che Apollo in persona squarcia le nubi e ci consente una fantastica discesa in piena luce e visibilità,
sicuramente un'escursione indimenticabile, di quelle da conservare per sempre nell'album dei ricordi.

martedì 5 aprile 2011

Al Duan con gli sci.


Le escursioni in montagna andrebbero pianificate accuratamente.
La conoscenza dell'orografia del percorso che si intende effettuare, unitamente alle previsioni meteo, consentono di di ridurre i rischi ed anche di intraprendere, all'occorrenza, dei percorsi alternativi senza andare alla cieca.
Se poi si va con gli sci da alpinismo è fondamentale, oltre a conoscere l'orografia, anche avere informazioni sullo stato di pericolosità del manto nevoso nonché sulla pericolosità intrinseca del percorso.
In questo modo si possono affrontare nuovi percorsi senza correre rischi inutili.

La salita al Piz Duan è di quelle dichiarate "da affrontarsi solo con neve assestata", in primavera avanzata. Ma in quel periodo in genere è necessario portare le sci a spalla per un'ora prima di entrare nella val Maroz, per cui scoraggia i pigri. Scoraggia poi ulteriormente il lunghissimo avvicinamento per la valle prima di attaccare i pendii più ripidi.
Quella mattina il grado di rischio per valanghe era dato a 2 (in Lombardia) più alto (3) ad ovest (in Piemonte) ed ad est (Trentino e Friuli). In ragione di ciò pensavo di andare in alta Engadina.
Transitando all'altezza di Casaccia però noto sul sentiero che sale in val Maroz due persone che salgono con gli sci e faccio quindi inversione di marcia decidendo di punto in bianco di provare a salire in valle.

Se non ci sono le condizioni vuol dire che ci fermeremo alle baite di Maroz Dent, non bisogna per forza arrivare in cima ad un cucuzzolo! E poi c'è neve sin dal fondovalle, quindi si parte sci ai piedi dal parcheggio.
La nostra concezione delle sci d'alpinismo è di una attività che consente di vivere la montagna invernale facendo dei bei giri in ambiente, non ci interessa triturare millemila :-D metri di dislivello l'ora (le gambe sono quelle che sono) e ridiamo dei personaggi in tutina fosforescente e camel bag (ma avranno anche un catetere per non fermarsi a fare pipì)?
Si parte quindi per il sentiero, tagliando qui e la nel bosco, fino a giungere all'ingresso della valle.

Ci accoglie il palo segnaletico sepolto dalla neve, fuoriesce solo la freccia sommitale. Ci rendiamo anche conto del perché il percorso che va al Septimer è dato come a forte rischio valanghe, è ripidissimo e le valanghe hanno già scaricato tutto in valle. Anche la sinistra orografica della valle, da cui risaliamo sulla traccia dei nostri predecessori, è invasa da resti di valanghe scese dai ripidi versanti sud su cui la neve è però assolutamente assestata.
Più ci si addentra nella valle e più si sente di essere in un mondo a parte, anche se siamo a pochi km in linea d'aria dalla strada per S.Moritz c'è un forte senso di isolamento che già avevamo assaporato l'estate scorsa quando, in una escursione di 11 ore, avevamo incontrato solo due persone salendo il Duan, scendendo per la cresta Ovest e riattraversando poi tutta la valle.

Alle baite ci rendiamo conto che c'è da scendere prima di riprendere a salire. Se non avessimo davanti un gruppo di quattro persone credo la nostra escursione finirebbe qui, a prendere il sole e fare un picnic. Invece, con una traccia battuta, come si fa a fermarsi?
Proseguiamo quindi e notiamo che il gruppo ha tentato la salita al passo della val Erta (nome adeguato) abbandonando e riprendendo la traccia verso il Duan, dopo una cinquantina di metri di dislivello. Hanno evidentemente valutato come pericoloso il pendio (ma l'altro non è che sia meno ripido).
Segno comunque di prudenza; tra l'altro riprendendo la salita sui versanti esposti a N mi rendo conto che ci sono almeno 40 cm di neve farinosa. Mi rendo anche conto che invece di seguire il percorso indicato in tutte le relazioni (sulla sinistra orografica della valle, passando per la località indicata come Magnocca ) puntano chiamante sull'altro versante, seguendo il tracciato del percorso estivo che percorre una sponda tra il ripido canalone e l'ancora più ripida sponda ad E del lago della Duana.

Segue una sorta di cresta dovrebbe essere abbastanza sicura, anche se però potrebbe essere spazzato da valanghe che arrivano dall'alto. Lassù comunque non c'è nessuno per cui ci fidiamo del fatto che non ci saranno distacchi spontanei.
Continuiamo quindi a seguire la traccia, ripida ed in bilico tra due pendii, tanto invitanti quanto pericolosi e da evitare quindi in discesa.
Arrivati quasi in cima al pendio ci incrociamo con le persone che hanno cominciato la loro discesa.
Ci chiedono se pensiamo di andare in cima e confermiamo che ci fermeremo a breve anche noi. Gli faccio fare una risata perché loro dicono che dovremmo offrirgli da bere per la traccia che ci hanno fatto ed io gli rispondo che semmai si stanno prendendo le maledizioni di Caterina che fatica a proseguire e sa che, senza traccia, ci saremmo fermati da un bel pezzo.
Si raccomandano di non uscire dalla fascia di salita al ritorno e proseguono con la discesa.
Raggiungiamo al cima che sovrasta il Lago della Duana dopo aver superato le ultime ripide rampe con la neve inconsistente che non facilita la salita e chiudiamo qui l'escursione.
Il panorama è magnifico, il ghiacciaio del Duan è intonso, per arrivare in cima ci vorrebbero almeno altre due ore.
Ci rifocilliamo e ci avviamo in discesa con un pò di preoccupazione. Il senso di isolamento è fortissimo, le uniche tracce umane che si vedono solo baite (disabitate) di Maroz Dent, ci siamo solo noi e non c'è segnale telefonico.
Non si devono commettere errori di sorta.
Dopo le prime curve però le preoccupazioni lasciano il posto alla gioia delle curve in neve farinosa. Si galleggia sugli sci con la neve fino alle ginocchia, la discesa è veramente fantastica fino al pianoro che precede le baite. Qui bisogna risalire una quarantina di metri prima di riprendere la discesa.

Più in basso passiamo su accumuli di valanghe e qualche tratto di neve crostosa, un'altra piccola risalita e quindi giù per il bosco fino al parcheggio.
Per radio sentiamo le notizie della giornata, un morto per valanga in Piemonte, un altro in Friuli. Un esperto polemizza dicendo che in una giornata così non si dovevano fare escursioni sci-alpinistiche (ma se il bollettino dava un livello 2 di pericolosità sia in Lombardia che nei Grigioni!) Di certo una regola che valga per tutte le zone non può esserci. Siamo stati saggi o solo fortunati?

venerdì 14 gennaio 2011

Il Pollino è sempre una sorpresa

Nella seconda spedizione post-Natalizia si punta al Pollino.La speranza è che, essendo passati 3 giorni dalle ultime nevicate e, soprattutto, essendo nel periodo Natalizio, le strade saranno state sgombrate dalla neve.
Pia illusione, dopo il fatidico tornate di Serra dell'Abete si vede che la neve non è stata smossa, si vede il primo soffione di una certa consistenza e le prime macchine accostate a lato strada. Oltre sono andati solo i 4x4 veri, quelli alti duri e puri.

Non oso tentare la sorte, accosto e già per parcheggiare mi impantano in una cunetta, devo lavorare di piccozza per togliere il ghiaccio e dare presa alle gomme (ho le catene ma tanto visto che mi fermo qui che le metto a fare? Ho già le gomme da neve).

Due escursionisti bolognesi mi chiedono quanto manchi a colle Impiso, gli dico che sono circa 4 km, e si avviano entusiasti :-) con le loro ciaspole.

La fregatura è che lo strato nevoso fino al tornante del Visitone non è uniforme e bisogna saltare qui e la per non grattare le preziose pelli.
Dopo la neve è tanta, ma la jeep ha insistito a raggiungere il colle dell'Impiso, anche a costo di rischiare di distruggere il mezzo, avrà avuto paura di raffreddarsi i piedi! ;-)


Nel bosco la neve è tanta, memore della fatica fatta in passato nel tratto tra Rummo e l'uscita dei piani punto al Pollino, così sfrutto anche delle tracce preesistenti.
L'aria è gelata ma il sole è tiepido e non c'è vento, si sta da favola.
A Gaudolino la pacchia delle tracce finisce e sul traverso ascendente nel bosco che porta ad uscire sulla grande dolina la fatica è improba.


La neve è tanta ed inconsistente, si deve avanzare a piccoli passi.
Nell'ultimo tratto prima dei pini loricati che fanno da sentinella all'uscita del bosco devo fare parecchie giravolte, mai vista tanta neve qui, in genere bisogna caricarsi gli sci in spalla.

Il paesaggio è lunare, il vento comincia a farsi sentire, ci copriamo ben bene e proseguiamo.
Il traverso che solitamente è ghiacciato e richiede i ramponi/rampanti è transitabile senza patemi ma la neve è già stata quasi tutta soffiata via.

Attraversato il canale con le dovute cautele ci rendiamo conto che sul versante sud la situazione neve è ben diversa, qui il sole e le sciroccate preesistenti hanno ridotto di molto il manto ed il vento ha quasi del tutto spazzato via la neve nuova. Visto che non conosciamo le condizioni della Nord dovremmo quindi ridiscendere da qui. Essendo inverno bisogna anche mettere in conto il fattore tempo, le giornate sono corte. Decidiamo allora che possiamo rinunciare alla cima e goderci la discesa sul Gaudolino.

Nel traverso incrociamo, caso raro da queste parti, altri due scialpinisti.
Anche loro arrivano da Bologna ed anche loro hanno fatto un lungo avvicinamento per raggiungere l'Impiso. Sono arrivati da Campotenese ed hanno dovuto parcheggiare prima di Ruggio, al Colle del Dragone.
In compenso hanno trovato tutta la traccia battuta, il che non è male.
Gli dico che non andranno molto più in la, e forse la cosa non gli dispiace del tutto.
La discesa è la migliore mai fatta in assoluto su questo percorso, puro galleggiamento con traccia obbligata ma abbastanza larga nel bosco.
Al colle ci fermiamo un po per goderci il l'ultimo sole ed il silenzio del posto, poi riprendiamo a scendere nel bosco gelato.
Ci rifermiano in fondo per ripellare per risalire al colle dell'Impiso e goderci l'ultima vista del Pollino nella luce del tramonto.
Risaliamo con calma al colle e li di nuovo via le pelli per l'ultima discesa nella strada o ai bordi fino a raggiungere la macchina.

martedì 11 gennaio 2011

Tra le nebbie del Sirino

Descrizione1Le ultime perturbazioni sono passate a cavallo del Natale favorendo gli accumuli nevosi in montagna e quelli adiposi su di noi.
La tipica escursione di assaggio, per rendersi conto della situazione neve senza rischiare di impantanarsi sulle strade del Pollino, che notoriamente non sono spazzate regolarmente, è quella al massiccio del Sirino.

Qui ci sono degli impianti di risalita di recente risistemati, che consentono sciate di buon livello.
Ci sono anche svariati pendii che consentono belle sci alpinistiche su belle pendenze. In caso di meteo incerto si può comunque ripiegare sulle piste per un rientro agevole.



La montagna non va sottovalutata, ci sono svariate creste e valloni che nelle parti alte possono richiedere i ramponi ed in caso di scarsa visibilità è facile perdere l'orientamento se non si conoscono i luoghi o non si dispone di bussola, altimetro e/o GPS.
Alcuni pendii poi in caso di nevicate abbondanti possono scaricare, vanno quindi valutate opportunamente le condizioni anche se, essendo la costa di Maratea a soli 20km in linea d'aria, l'assestamento è in genere rapido.

L'uscita dal bosco, sulla cresta

La zona è facilmente raggiungibile dall'autostrada A3 dalle uscite di Lauria Nord o Lagonegro Sud (evitando i periodi di traffico intenso per evitare le code dovute ai lavori che interessano ora proprio quella zona).
Si può partire dal Parcheggio della Conserva di Lauria o del Lago Laudemio (o da dove si riesce ad arrivare con l'auto) ma generalmente qui le strade sono tenute sgombre.
Optiamo per la Conserva proprio per evitare il tratto autostradale incriminato, la strada è pulita, con qualche placca di ghiaccio sui tornanti, ma le gomme da neve fanno il loro dovere.

Seguiamo il primo tratto di pista ed i piloni di uno ski-lift (a cui non sono ancora agganciati i piattelli) fino alla cresta che divide dal Laudemio.
Qui seguiamo la cresta della Timpa Scazzariddo (curioso nome) con l'idea di raggiungere la cima poi traversare e raggiungere il Monte del Papa passando per l'arrivo della seggiovia.

Abbiamo però fatto i conti senza l'oste, delle nubi ci avvolgono completamente ed all'uscita dal bosco ci rendiamo conto che il filo della cresta presenta dei sassi, occorre quindi stare a su uno dei versanti.

Avendola percorsa qualche anno fa e ricordando che i pendii sono sostenuti (credo sui 45°) si punta sul lato dx con puntando a passare alti sulla faggeta.
Prima o poi dovremo raggiungere il canalone con la pista di discesa del Laudemio.
La neve nel bosco è tanta, almeno 1 m fresca, puntiamo a contornare il bosco per evitare dei salti di roccia che ricordo da questo lato.

Alla fine arriviamo in un anfiteatro sotto un bello sperone roccioso che sbuca momentaneamente tra le nebbie. Da qui avvistiamo momentaneamente i piloni della seggiovia a cui puntiamo con una diagonale nel nulla. Raggiunti i piloni seguiamo il tracciato della pista, non battuta, e raggiungiamo la stazione di arrivo.
Dopo un ristoro ed un po di attesa ci rassegniamo a scendere nella nebbia, il rammarico è di dover andare giù trattenuti data la visibilità di circa 20 m, da un pilone non si vede il successivo.
Arrivati alla stazione di partenza risaliamo la pista che ci porta sullo spartiacque tra le due valle dove con una bella discesa su polvere impalpabile (le nebbie si sono improvvisamente diradate, per fortuna) ritorniamo al parcheggio.

martedì 31 agosto 2010

Attorno al gigante di granito


Vi ricordate quando da bambini vi chiedevano quale era la vostra seconda squadra?
Era quella che avevate imparato a conoscere più tardi, quando ormai i giochi erano fatti e quella del cuore era già stata scelta. All' imprinting non si comanda, ed io l'imprinting l'ho avuto dal Pollino. Però quando sono passato per la priva volta per la Bregaglia ed ho visto il Piz Badile ho provato quel certo brivido che non ho avuto al cospetto dei 4000 o davanti ad altre cime più blasonate.
Chissà, magari in Dolomiti potrebbe scattare qualcosa del genere, ma non sono a portata di mano e certe emozioni mi piace assaporarle con calma, gustarle con calma e non con uscite da mordi e fuggi.

Non di certo incolonnandomi con decine (quando non centinaia) di persone.
Ormai per la Bregaglia sarò passato almeno un centinaio di volte, ma ogni volta non posso fare a meno di ripassare con gli occhi il profilo dello spigolo nord del Badile (e di prendermi gli improperi di mia moglie "Guarda la strada!!! Che il Badile non si sposta mica" ).
Il Pizzo non se ne avrà certo a male se è secondo nel mio cuore dopo il Pollino e prima o poi mi farà scivolare (verso l'alto, of course) sul suo spigolone.

Non ho fretta, ho imparato che è bello tenersi da parte qualche progetto e giocarseli man mano. Per ora quindi mi sono accontentato di girargli intorno facendo varie volte il Viale, magari in periodi non di punta ed incontrando ben poca gente. Un paio di anni fa in Giugno ho potuto assaporare una dimostrazione di potenza della montagna, vedendo una valanga scendere rombando dalla Nord Est mentre ero proprio li sotto, a debita distanza.
Quest' anno ho fatto un giro che avevo in mente da un po di tempo, rimandato perchè o mancavo di allenamento o mancava un meteo buono (perché lassù con i temporali non si scherza). Siamo saliti da Bondo al Sas Furà ed abbiamo puntato al Passo della Trubinasca. Da li siamo scesi al Bivacco Del Prà, siamo scesi in alta Val Codera da dove siamo risaliti al passo della Teggiola. Dalla Teggiola siamo infine scesi per l'erto canalone e, con lunga traversata, siamo ritornati a Bondo.
Totale 12 ore e 2200 mt di dislivello circa, serve un buon allenamento quindi ma le soddisfazioni sono tante.
Volendo spezzare in due giorni si può pernottare al Rifugio Sas Fura oppure al bivacco Pedroni Dal Prà. In questo modo si può salire anche al Pizzo della Trubinasca (un'ora circa dal bivacco) ed arricchire ulteriormente l'esperienza...e le vesciche.

venerdì 13 agosto 2010

Tibet? Ladak? Ma andate in Val Maroz.


Spesso si sente parlare di affollamento sulle nostre nostre montagne. Effettivamente sui percorsi più blasonati o che portano a vette celebrate (spesso più grazie al marketing che a ragioni oggettive) si tende a fare la fila.
Anche io non sono esente da peccati e mi sono fatto fatto sedurre dalla sirena di qualche quattromila o vetta più blasonata.

Al momento poi di partire e trovarmi in competizione con altre cento persone per conquistare un bagno alle 4 del mattino poi mi dicevo 'ma chi cavolo me la fa fare'.
Scenari da ritirata in Russia , con centinaia di persone incolonnate verso la cima.

Tempi di attesa per toccare l'agognata vetta perché tutti non ci stanno. Quelli che scendono che ti passano sulla corda e sui piedi...
quelli veloci che quasi ti buttano fuori traccia e ti guardano con lo stesso sguardo che vedi in coda nelle tangenziali...

Ti ritrovi a pensare con sollievo, 'anche per questa volta ho dato, le prossime volte vado in montagna, non al luna park'.
Ma per poter andare in montagna senza l'effetto tangenziale bisogna per forza andare in Tibet?
Non credo proprio, anzi, mi sa anche che anche da quelle parti l'affollamento imperi.
Ovunque si faccia del turismo un'industria necessariamente si tende a trattare il turista da merce, da inserire quindi in una opportuna catena di montaggio.
Ed allora? Semplice basta guardarsi intorno con un po di intelligenza e prendere una cartina.

Dove non ci sono funivie, strade che portano in quota o grosso carico abitativo si riuscirà a ritrovare il senso dell'andare in montagna.
Avevo individuato da un po il Piz Duan, in Bregaglia. Un giro lungo che attraversa tutta la val Maroz partendo da Casaccia.
C'è un alpeggio all'inizio della valle ed un'altro a due ore circa dalla partenza (Maroz Dent).
Poi niente altro per 15 km, un senso di isolamento ed estraniamento difficie da trovare, anche il cellulare non prende.

Prati, valloni ripidi (e parecchio valangosi, per cui con lo sci ci si può accostare solo in stagione avanzata) fioriture strepitose.

All' altezza del lago della Duana si stacca la traccia (il sentiero segnato non va in vetta, prosegue verso il passo della Duana ed al passo Bergalba, alla fine della valle) per raggiungere la vetta.
C'è un ghiacciaio che ,a seconda delle condizioni, può richiedere ramponi e piccozza da cui si arriva ad una anticima.
Con un'ultima crestina si raggiunge la vetta con una fantastica vista sui ghiacciai dell' Engadina e sulle pareti rocciose di Badile e Cengalo.
Decidiamo poi di scendere per la cresta O, piuttosto delicata e sfasciumosa. C'è un assoluto caos minerale su cui proseguiamo con cautela, il casco è d'obbligo, un gruppo numeroso avrebbe problemi.
Ma ci siamo solo noi e quindi si procede bene, senza preoccuparsi di colpire qualcuno con i sassi che inevitabilmente smuoviamo.
Raggiunta la fine della valle ed il lago da cui origina la Maira/Mera scendiamo attraversando tutta la valle.
Arriviamo all'auto alle 8 di sera, siamo in cammino dalle 7 del mattino ed abbiamo incontrato solo due pastori e due escursionisti.

mercoledì 21 luglio 2010

La madre di tutte le ferrate.


Ho sempre sentito parlare con una certa reverenza della Gamma 2 al Resegone, tanto da rimandare molte volte il suo percorso.
Ho fatto più volte la Medale, tante volte quella del Corno Rat concatenandola anche con quella al corno Orientale per concludere poi con quella al Corno Occidentale dopo aver traversato per il rifugio. (bel giro completo e di soddisfazione)
Il concatenamento l'ho riproposto non più tardi di un mese fa con il piacere di accompagnarci persone della zona che purtuttavia non avevano mai compiuto questo percorso, ben articolato ed abbastanza faticoso.
Allora cogliendo l'occasione dell'ennesima previsione di tempo instabile alla domenica ma discreto, almeno alle basse quote, al sabato, propongo ai compagni che avevano apprezzato il tour dei Corni, la Gamma.
Per maggior sicurezza ci portiamo dietro uno spezzone di corda e qualche moschettone in aggiunta alla normale dotazione da ferrata per poterci disimpegnare meglio in caso di difficoltà.

L'avvicinamento è abbastanza faticoso, si tratta di camminare per un'ora e mezza e la giornata è afosa. Decidiamo di non concatenare con la Gamma 1 per accorciare il percorso e tenere le braccia fresche per il 'Dente'.
La ferrata parte con dei camini dove si passa bene. C'è da fare attenzione al materiale sciolto che abbonda in giro e, nei tratti erbosi, a non scivolare (immagino che in caso di pioggia siano molti delicati). Salta qualche paretina e si avvicina alla parte più spettacolate, il dente vero e proprio.

Li' c'è una placca molto liscia ed esposta, ma aiutandosi con la catena si passa agevolmente (se non si soffre di vertigini e si usano bene i piedi).
Da qui si continua per creste aeree e paretine fino ad arrivare al "caminone".
Il nome la dice tutta, un camino di una quarantina di metri che si presenta alla fine del percorso, per cui se si arriva stanchi può risultare duro.
Noi lo affrontiamo bene, arrampicando in opposizione spaccando bene e senza sforzare le braccia.

Usciamo infine sul dente e poi proseguiamo in cresta per il crocione di vetta.
Devo dire che l'arrampicata è stata molto godibile, una ferrata in bell'ambiente su cui, usando la giusta tecnica (ovvero privilegiando piedi e testa) si passa una bella giornata, meglio se in allegra compagnia. Assolutamente consigliabile anche il concatenamento con la ferrata del pizzo d'Erna, è vero che si allunga e che la prima ferrata è molto meno arrampicabile, però se si è in ballo per ferrate tanto vale farle entrambe e limitare la durata della scarpinata.
Il periodo migliore è dalla tarda primavera a fine autunno, evitando i periodi umidi.